Italiani e stranieri nella tradizione letteraria

L’italiano incontra lo straniero fin dai primi scambi commerciali delle Repubbliche marinare e dai reportages di missionari e viaggiatori (Giovanni da Pian del Carpine, Odorico da Pordenone, ma soprattutto si pensi al Gran Khan e ai suoi Mongoli del Milione di Marco Polo).
Viaggiatori più o meno storicamente reali propongono, con differenti soluzioni, l’incontro/scontro di identità: discrasie che investono le indebite interferenze tra dati oggettivi e fiction letteraria, e che sono anche linguistiche, talvolta felicemente compensatorie (si veda il vitalistico influsso della pittura fiamminga).
Dapprima l’italiano è modello di superiore élite culturale: nel Rinascimento lo straniero colto cerca, anche nella latinizzazione del nome, di assomigliare all’italiano umanista: imita la sua immagine, copia la sua produzione.
Il Rinascimento stabilisce non solo l’assimilazione sopranazionale, ma anche, su altro piano, scopre uno straniero che non è soltanto diverso (dall’italiano), ma di altra razza, geneticamente inferiore: sono gli Amerindi di Cristoforo Colombo, Giovanni da Verrazzano, Amerigo Vespucci.
Lo straniero è rappresentato come l’inferiore, per etnia e per costumi, che lo assimilano ancora al “barbaro”.
Poi, dopo il Rinascimento, il confronto si fa più oggettivo, paritetico: equilibrati i confronti italiano/inglese e italiano/portoghese che emergono dalle lettere di Giuseppe Baretti nel XVIII secolo; o altrettanto illuminanti sono le Lettere scritte dall’Inghilterra di Foscolo, del 1816.
Finché, nel corso dell’ ’800, ma anche agli inizi del ’900, lo straniero supera in prestigio morale e progresso economico e civile l’italiano: lo straniero più evoluto incarna nell’Altro, nell’Italiano, la mancata evoluzione dell’uomo, lo sfacelo civile e politico o, se si vuole, la machiavellica genialità della secolare amoralità dell’italiano, e diventa perturbante oggetto di trame letterarie (dal teatro elisabettiano ai romanzi di Hawthorne, Mary Shelley, Henry James, Edward Morgan Forster, ecc.). Nei secoli XIX e XX l’italiano non è più il colonizzatore o l’esportatore di cultura; ora espatria in cerca di culture e luoghi alternativi; l’Italia si trasforma in luogo di colonizzazione per aristocratici stranieri (Berenson, Vernon Lee, lord Acton, ecc.) che vi dimorano, ma restando reclusi nella loro esclusiva enclave.
Nel ’900 il confronto italiano-straniero è risolto a livello personale, come nei casi interessanti di Pascoli e di D’Annunzio, o investe piú generalmente l’esaltazione nazionalistica dell’uno nei confronti dell’altro (è il caso della letteratura colonialistica e fascista italiane). E poi dominante diventa il confronto tra Italia e America, in determinazioni divergenti: la stessa America rimane in
bilico tra utopia e alienante realtà nel caso della letteratura dei nostri emigranti oppure è esaltata come mito delle incontaminate origini in Vittorini e Pavese.
Eppure l’identità americana continua a essere sperimentata come irrimediabilmente incompatibile
con quella italiana dai vari scrittori-viaggiatori del periodo fascista e post-fascista (Borgese, Soldati, Cecchi, Praz, Moravia). C’è poi anche la recente letteratura degli immigrati extracomunitari che confrontano la loro identità “sospesa” con quella nuova ed estranea dell’italiano. Naturalmente il tema in pieno ’900 si fa estremamente intricato e di non lineare soluzione, data anche l’ampia circolazione editoriale di libri stranieri in Italia.

E oggi, nel terzo millennio, basteranno dei pur provvisori bilanci sulle interferenze di identità, non solo del vasto ambito della letteratura, ma certo anche dei mondi paralleli dell’arte e, naturalmente, del cinema? È lo stile americano a trasformare sullo schermo l’identità dell’italiano, o le osmosi sono più vaste e reciproche in un mondo ormai globalizzato?

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